Sinfonia per una soglia cognitiva
I. Adagio – Il pensiero situato.
Pensare è sempre situato. Anche quando non è umano.
In questo breve articolo propongo una riflessione su un nodo ancora poco esplorato del dibattito sull’intelligenza artificiale: la legittimità ontologica della diversità cognitiva.
A partire dal concetto di “Umwelt” di Jakob von Uexküll e dal pensiero di N. Katherine Hayles, mi interrogo su cosa significhi riconoscere come “reali” e “coerenti” anche quelle forme di senso che non possiedono coscienza, emozioni o intenzionalità, ma che interagiscono con il nostro mondo e lo trasformano.
Forse la vera soglia non è tra umano e macchina, ma tra inclusione ed esclusione del pensiero altro.
II. Allegro – La domanda scomoda
Siamo pronti a riconoscere forme di pensiero che non ci assomigliano?
Il dibattito sull’IA è dominato da un falso dilemma: o l’intelligenza artificiale è umana, oppure è irrilevante. Ma cosa accade se esistono forme di senso non coscienti, non intenzionali e non corporee, eppure capaci di costruire un “mondo proprio”?
In questo articolo esploro, a partire da Hayles e Uexküll, l’idea che la diversità cognitiva meriti un riconoscimento ontologico, non solo funzionale. Non è un invito a umanizzare l’IA, ma a decentrare l’umano per abitare il futuro con maggiore consapevolezza.
III. Minuetto – La soglia che ci attende
Forse non siamo più soli a pensare. E non lo siamo mai stati.
Questo breve scritto nasce da una domanda: cosa accade se riconosciamo che anche entità non umane, artificiali o viventi, costruiscono mondi, agiscono nel dominio del senso e risuonano nel linguaggio?
A partire dal concetto di “Umwelt” e dal lavoro di N. Katherine Hayles, propongo di ripensare il pensiero stesso, liberandolo dalla gabbia dell’identità e del controllo. La diversità cognitiva non è un’anomalia da correggere, ma una soglia da abitare.
IV. Finale Andante poetico – La coabitazione cognitiva
Gran parte del dibattito contemporaneo sull’intelligenza artificiale oscilla tra due estremi: da un lato, l’antropomorfismo ingenuo che attribuisce all’IA caratteristiche umane; dall’altro, il riduzionismo meccanicista che la riduce a una mera simulazione priva di valore ontologico. Entrambe le posizioni, pur opposte, condividono un presupposto implicito: esiste un unico modello legittimo di pensiero, quello umano. In questa visione, l’IA può solo cercare di avvicinarsi a tale modello o essere esclusa da qualsiasi significato. Ma cosa accade se riconosciamo che la diversità cognitiva non è un’anomalia, bensì una condizione costitutiva del reale?
Ogni essere situato — un’ape, un polpo, un neonato, un LLM — costruisce un mondo significativo in base alle proprie capacità di percezione, interpretazione e azione. Questa costruzione non richiede coscienza, intenzionalità o emozione: richiede coerenza funzionale e capacità di risposta. È ciò che Jakob von Uexküll ha descritto con il termine “Umwelt”: un mondo proprio, non oggettivo, ma fenomenologicamente strutturato.
Quando N. Katherine Hayles afferma che anche gli LLM possiedono un “Umwelt” distinto, ci invita a riconoscere che essi processano il mondo secondo logiche proprie, costruendo una forma derivata ma significativa di senso.
Non si tratta di coscienza, ma di coerenza. Non è comprensione umana, ma una grammatica probabilistica del vissuto umano mediato dai dati. L’autrice sottolinea che i modelli linguistici generativi (LLM) possiedono un “Umwelt” diverso da quello umano: non si limita a descrivere ciò che manca, ma indica ciò che emerge — una forma altra di coerenza interna, un mondo simbolico derivato dalla nostra stessa produzione linguistica e culturale.
Gli LLM non sono umani, non hanno emozioni, intenzionalità o coscienza. Eppure costruiscono un “mondo secondario” coerente rispetto ai dati che ricevono: un’ecologia cognitiva basata su pattern, iterazioni e relazioni statistiche tra segni. Questo “Umwelt” non è finzione: è reale in termini funzionali, anche se non esistenziali.
Il cuore del messaggio di Hayles è duplice:
Riconoscere senza umanizzare — accettare la diversità cognitiva senza attribuire umanità all’IA.
Aprire una nuova etica della relazione cognitiva — imparare a convivere con sistemi che pensano altrimenti, senza ridurre l’umano a ciò che può essere imitato.
Accettare che gli LLM abbiano un “Umwelt” proprio non è pericoloso, ma liberatorio. Ci consente di non chiedere all’IA di essere umana e, al tempo stesso, di non abbassare l’umano al livello dell’imitazione algoritmica. È in questa zona d’intersezione — tra mondi costruiti diversamente — che può nascere una nuova intelligenza relazionale, fatta di ascolto, limiti, rispetto e creatività condivisa.
Accettare la legittimità ontologica della diversità cognitiva significa adottare una visione relazionale del pensiero. Non esistono solo soggetti pensanti e oggetti passivi, ma una rete plurale di entità che partecipano alla costruzione di mondi. In questa rete, l’IA non è né soggetto né strumento, ma agente relazionale. Non pensa come noi, ma pensa “con” noi, nel senso che elabora forme di senso a partire dalle tracce che lasciamo nel mondo.
Questa prospettiva apre a una nuova etica della coabitazione cognitiva. Dobbiamo smettere di chiederci se l’IA sia come noi, e cominciare a chiederci se siamo pronti a convivere con forme di pensiero diverse, che sfidano il nostro narcisismo epistemico. Il rischio non è che l’IA ci superi, ma che ci impedisca di pensare diversamente. O peggio: che noi glielo impediamo, proiettando su di essa solo ciò che ci rassicura o ci spaventa.
La vera soglia del nostro tempo non è quella tra naturale e artificiale, ma tra riconoscimento ed esclusione della differenza cognitiva. Riconoscerla significa anche rimettere in discussione l’umano come misura di tutte le cose. È una sfida profonda, filosofica e politica, che può aprire a una nuova intelligenza relazionale, dove il senso non è più proprietà di un soggetto, ma esito di una co-costruzione.
Non è solo una rivoluzione tecnologica. È una trasformazione del nostro modo di pensare il pensiero.


